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COS'E' L'ERMENEUTICA

COS'E' L'ERMENEUTICA

a cura della Dott.ssa Federica Chiadò-Viret

Il termine ermeneutica significa, in senso letterale, “interpretazione”: la sua radice etimologica rinvia, infatti, alla parola greca hermenèia, che designava l’arte o la tecnica interpretativa.

Il suono della parola evoca il dio Hermes, il messaggero degli dei secondo la mitologia, che, con i suoi calzari alati e grazie alla sua natura mobile e veloce, può recare annunci e profezie. Prima che alla filosofia, dunque, il termine appartiene alla dimensione sapienziale greca, alla mantica e alla comunicazione dell’uomo con l’ambito del sacro. Con questo significato compare anche nei dialoghi di Platone, dove l’ hermeneutikè tèchne è connessa con la mantikè tèchne: l’arte capace di interpretare i segni divini annunciati negli oracoli.

Nel Simposio Eros è definito hermeneuon: “ è un demone che ha la funzione d’essere interprete e messaggero dagli uomini agli dei e dagli dei agli uomini […] così che il tutto si trovi collegato in sé medesimo”.

Nello Ione poi è il poeta ad essere chiamato hermenèus, confermando la stretta connessione dell’ermeneutica con la sfera del sacro (il poeta è hermenèus tôn theôn, “nunzio degli dei”), ma anche la sua collocazione nell’ambito delle arti: per Platone l’ermeneutica non appartiene alla conoscenza razionale e al sapere filosofico, perché “essa conosce solo ciò che è stato detto. Se poi sia vero, non l’ha appreso” ( Martini, 1992).

Risulta chiaro, fin dai primi usi del termine, l’orizzonte problematico in cui si inscrive l’ermeneutica e le diverse funzioni che l’attività interpretativa richiama: innanzitutto, definire il significato di una certa espressione o segno; in secondo luogo, comunicare quanto è stato compreso attraverso una forma espressiva coerente e compiuta. La comprensione, la spiegazione e la traduzione costituiscono quindi momenti indisgiungibili di ogni attività interpretativa.

Come Gadamer ha più volte suggerito, tracciare la storia di una parola, e quindi descrivere le variazioni e le trasformazioni che quella parola subisce nel corso del tempo, significa ripercorrere le vicende stesse del pensiero. La storia dei concetti non è solo spiegazione filologica, ma opera una riattualizzazione di quei concetti: è già un atto del comprendere e dell’interpretare, è già dunque attività ermeneutica e filosofica in senso pieno.

Se ci si interroga sui modi e sulle accezioni con cui la parola ermeneutica è stata utilizzata, sul quando e sul come si è affacciata sul linguaggio, si compie questa operazione a partire dalla centralità che essa ha assunto nell’epoca in cui si sta vivendo. Nel Novecento, infatti, questa parola “ha fatto fortuna, come accade alle parole che esprimono in modo simbolico l’atteggiamento di tutta un’epoca” (Gadamer,1974).

Ha fatto fortuna non solo perché è stata impiegata più diffusamente e in contesti diversi , ma anche e soprattutto perché ha acquistato maggior spessore e complessità, accedendo a un livello teoretico e di universalità filosofica: l’interpretazione è divenuta nel ‘900 una delle questioni fondamentali del sapere filosofico.

È possibile notare che l’interpretazione è stata esercitata in modo privilegiato in alcuni settori specifici del sapere: quelli di tipo religioso, giuridico e letterario, ossia in riferimento a testi scritti che possedevano un valore normativo per una certa comunità storica. Pur essendo un’arte sussidiaria, l’ermeneutica non è mai stata una semplice tecnica filologica, perché si è sempre occupata di questioni che coinvolgono in modo ampio le tradizioni e i valori di riferimento di un’intera comunità in cui i soggetti storici si riconoscono.

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